E dopo aver finito di vedere la serie televisiva inglese "Skins", mi è nata nel cuore una nuova, calda fiducia nella produzione televisiva internazionale, o se non altro, in quella britannica.
Ovviamente relegato in seconda serata(su Mtv, la domenica alle 23, in Gran Bretagna andrà in onda a giorni, la seconda stagione), Skins consta di 9 episodi, ognuno incentrato su un singolo personaggio, mentre la vicenda procede, fornendo quindi una caratterizzazione spettacolare e toccante dei protagonisti, un gruppo di 8 diciassettenni (Tony, Sid, Cassie, Jal, Chris, Maxxie e Michelle). La trama non è importante, e nemmeno il fatto che la Bristol piena di vita in cui è ambientata la serie sia poco credibile o che la straordinaria concentrazione di eventi assurdamente realistici risulti a volte un po' forzata; la regia è spettacolare, il carattere dei personaggi, che potrebbero essere vittima di stereotipi (nel gruppo: un omosessuale, una ragazza anoressica, lo sfigato, la coppietta più popolare della scuola, il ragazzo musulmano, un ragazzo innamorato della professoressa di psicologia e la ragazza di colore che suona il clarinetto, figlia di un rapper) sono del tutto stravolti dai binari originari del tipico telefilm adolescenziale. Tutti accumunati dai diversi terrificanti problemi familiari e dalla passione per le feste (e la marijuana - Il termine Skins infatti, è il termine gergale inglese per le cartine) vivono quelle che, a conti fatti, sono esperienze piuttosto comuni a tutti gli adolescenti: l'amore, il tradimento, le paure, il conflitto con i genitori. E la trama si limita a questo, ma con una resa davvero, davvero impareggiabile.
Dimenticatevi di OC o peggio, di Dawson's creek: in Skins non ci sono adolescenti, in Skins ci sono squarci su squarci su quel velo patinato di stereotipi che avvolge sempre i ragazzini inverosimili delle sitcom. Merita davvero.